Il controsenso di Flavio Cobolli: zero continuità, tanti exploit
Per anni ci è stato raccontato – e ripetuto – che l’unico vero aspetto necessario per eccellere nel tennis, prima ancora di un buon diritto, un buon servizio o un’ottima condizione atletica, sia la continuità. Perché in tantissimi sanno giocare a certi livelli, tanto che ogni giocatore nei primi 300 della classifica (o anche più giù) può pensare di far partita anche con i grandi, ma non tutti sanno esprimersi sempre allo stesso modo, il che segna l’enorme differenza fra i big e tutti gli altri. Ma c’è sempre qualche eccezione che conferma la regola e una è italiana, quel Flavio Cobolli cresciuto fino a toccare la posizione numero 13 della classifica mondiale ATP, ottavo miglior italiano dell’era Open, ossia degli ultimi (quasi) sessant’anni. Mentre tanti altri vivono di continuità, da ormai un paio d’anni il romano classe 2002 si nutre di singoli tornei, momenti, situazioni ed episodi, aiutato dalla capacità di sfruttare al massimo le settimane “buone”, quelle in cui braccio, gambe e cervello vanno perfettamente d’accordo.
Tre titoli ATP in 11 mesi, in mezzo a… tante sconfitte
Le ultime due stagioni di Cobolli, ossia quelle che l’hanno reso un giocatore fortissimo e rispettato da tutti, sono l’emblema del non mollare mai, con la consapevolezza che anche da un periodo difficile possano nascere le soddisfazioni più gustose. Lo dice la storia di tutti i suoi tre titoli ATP: il primo nell’aprile 2025 a Bucarest, dove arrivò dopo tre mesi di sconfitte al primo turno; il secondo sempre lo scorso anno, a maggio, quando si presentò al 500 di Amburgo a pochi giorni da una prova pessima al Challenger di Torino. Contraccolpo dopo il primo titolo? Macché. Cinque vittorie e seconda corona nel Tour. Ma di esempi ce ne sono tanti altri: i quarti a Wimbledon dopo il doppio 6-2 preso la settimana precedente da un Fearnley qualsiasi; le Davis Cup Finals da eroe nazionale dopo che nei sei tornei precedenti aveva raccolto appena quattro vittorie; oppure il terzo titolo ATP conquistato a febbraio ad Acapulco. In avvio di 2026 Flavio ha impiegato quattro tornei per vincere la sua prima partita, poi al quinto ha messo tutti in fila e si è garantito altri 500 punti. Da lì si è spento di nuovo, vincendo due partite nei primi tre Masters 1000 dell’anno, quindi si è riacceso la scorsa settimana a Monaco di Baviera, arrivando in finale con lo scalpo del top-3 Zverev.
Crescere nei grandi tornei, verso l’obiettivo top-10
Ormai, il Cobolli-copione è chiaro: non gli si può chiedere di fare il big tutte le settimane, ma sa farlo molto bene quando lo decide, o quando scova una situazione propizia. In soli tre tornei (Amburgo, Acapulco, Monaco di Baviera) ha messo insieme 1.330 punti, oltre la metà degli attuali 2.600 punti che gli valgono la posizione numero 13 della classifica mondiale. Negli altri quindici invece, ne ha accumulati 1.270. Un caso più unico che raro, ma poco importa: mentre le vittorie si pesano e non si contano, i punti si contano e non si pesano, ergo non fa differenza il dove – e il come – siano stati raccolti. Se mai, per Cobolli il prossimo step da compiere verso l’obiettivo top-10 (che dista un migliaio di punti) è quello di migliorarsi nei grandi tornei. Fino a qui, nei Masters 1000 è arrivato solo un paio di volte agli ottavi di finale, mentre nei tornei del Grande Slam ha superato il terzo turno in una sola delle dieci apparizioni, seppur l’abbia fatto in grande stile coi quarti del 2025 sull’erba di Wimbledon. Per il momento, si può dire che sia stato più un gran giocatore nei tornei secondari piuttosto che un ottimo giocatore nei grandi tornei, ma la sua storia dice che non è questione di palcoscenico, bensì esclusivamente di feeling. Dunque, non appena la settimana buona capiterà fra Masters 1000 e Grand Slam, nulla gli impedirà di arrivare in fondo anche lì.
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