Masters 1000 di Serie A e di Serie B: il grande equivoco dell’ATP
Si è sempre saputo. Ufficialmente valgono tutti 1000 punti, hanno la stessa dignità nel ranking ATP e appartengono alla seconda categoria del tennis mondiale, subito dietro i tornei del Grande Slam. Ma nella realtà esistono Masters 1000 di Serie A e Masters 1000 di Serie B. Non sulla carta, naturalmente: nella percezione dei giocatori, del pubblico e soprattutto nella costruzione della stagione. L’appuntamento del Canada, negli anni pari a Montreal e in quello dispari a Toronto, è oggi il caso più evidente. Il forfait contemporaneo di Jannik Sinner, Novak Djokovic e Carlos Alcaraz – lo spagnolo già fuori per infortunio – svuota il torneo canadese di tre dei quattro nomi più spendibili del tennis mondiale e riapre una questione che l’ATP non può più fingere di non vedere. Anche perché non è un episodio isolato. Nel 2025 erano mancati gli stessi tre big, che avevano però rassicurato gli organizzatori sulla loro presenza nel 2026. Una promessa rimasta sulla carta, almeno per Sinner e Djokovic. E stavolta la direttrice del torneo Valérie Tétreault non ha nascosto la delusione, spiegando di aver già avviato un confronto con l’ATP per chiedere interventi a tutela dell’integrità dei Masters 1000.
Sinner rinuncia al record: meglio la salute dei nove 1000
Il caso più interessante, in questo caso, è quello di Sinner. Perché Jannik non salta Montreal per un problema fisico, ma per scelta. Dopo aver vinto nel 2026 Indian Wells, Miami, Monte-Carlo, Madrid e Roma, l’azzurro aveva costruito una striscia impressionante nei Masters 1000 e si era ritrovato davanti a un obiettivo mai centrato da nessuno: vincere tutti e nove i tornei della categoria nella stessa stagione. Un'impresa teoricamente possibile, visto che restavano Montreal, Cincinnati, Shanghai e Parigi, ma che avrebbe richiesto una gestione quasi perfetta delle energie. Semplicemente, Sinner ha deciso che non ne vale la pena. Dopo la vittoria a Wimbledon e soprattutto dopo quanto accaduto al Roland Garros, il numero 1 del mondo ha scelto di allungare il periodo di recupero e puntare sul cemento americano con una logica diversa: arrivare al meglio a Cincinnati e soprattutto agli US Open. Il messaggio è forte: persino la possibilità di entrare nella storia non vale il rischio di compromettere uno dei tornei del Grande Slam. È la stessa filosofia che sta adottando Djokovic, ormai libero dall'obbligo di disputare tutti i 1000 grazie ai criteri di esenzione previsti dall'ATP e sempre più selettivo nella programmazione.
Il problema dei Masters 1000 a dodici giorni: novità senza successo
Più in generale, la domanda è inevitabile: cosa non funziona? Il problema è un calendario che ha trasformato i Masters 1000 in tornei giganteschi, portandoli a dodici giorni e aumentando il loro peso logistico e fisico senza riuscire a renderli davvero indispensabili agli occhi dei migliori. La sequenza canadese è emblematica: Montreal dall’inizio alla metà di agosto, poi Cincinnati praticamente senza soluzione di continuità e subito dopo lo US Open. Il margine per recuperare è minimo, soprattutto dopo una stagione che ha già attraversato Australia, Sunshine Double, terra rossa ed erba. Lo stesso problema si vede in altre zone del calendario: Indian Wells-Miami, Madrid-Roma, Canada-Cincinnati. Dodici giorni per un Masters 1000 sono troppi. E quando i tornei sono lunghi, ravvicinati e arrivano in momenti strategicamente meno appetibili, il giocatore sceglie. Di rinunciare. È sempre più evidente. Ciò che bisogna chiedersi è perché un Masters 1000 arrivi a essere percepito come sacrificabile. Se la risposta è il calendario, allora è lì che bisogna intervenire.
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